My Name is Antho

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Cronaca tossica da un feed qualunque

I social sono il bordello dell’ego. Sì, l’ho detto. E lo ribadisco mentre scrollo l’ennesimo volto perfettamente illuminato da un ring light che sa più di confessionale che di selfie. Facce tirate, sorrisi in lattice, espressioni pensate più per piacere agli altri che per essere sinceri con sé stessi. È pornografia emotiva: mostrare tutto, sentire…

I social sono il bordello dell’ego. Sì, l’ho detto. E lo ribadisco mentre scrollo l’ennesimo volto perfettamente illuminato da un ring light che sa più di confessionale che di selfie. Facce tirate, sorrisi in lattice, espressioni pensate più per piacere agli altri che per essere sinceri con sé stessi.
È pornografia emotiva: mostrare tutto, sentire poco.
La foto profilo è la nuova maschera tribale. Non rappresenta chi sei, ma chi speri che gli altri vedano. I sorrisi sono stirati col filtro come i corpi nei frigoriferi delle pubblicità fit.
Le biografie? Roba da psicosi collettiva. Frasi motivazionali sparate a caso, citazioni di gente che non leggeresti mai, parole svuotate di senso ma piene di desiderio d’approvazione. Autocommiserazione vestita da ispirazione: “sono caduto, mi sono rialzato, ora splendo.” Sì, ma intanto piangi quando i like sono meno del solito.
I followers sono le nuove figurine Panini. Li collezioni, li sfoggi, ti aggrappi a loro come se il numero dicesse qualcosa su chi sei. Ma sono solo numeri. Zombi digitali. Gente che ha messo un cuore per abitudine mentre cagava, e tu lì, a crederci.
Le storie? Omaggi quotidiani a modelli patinati. Tutti a inseguire un’estetica rubata: la posa da influencer, il drink giusto, la caption col sarcasmo dosato. Una liturgia del contenuto preconfezionato, come pasti surgelati: comodi, veloci, senz’anima.
E nel frattempo? Non vivi. Replichi. Scrolli. Ti svendi per cuori digitali come una prostituta dell’approvazione. Tutto in cambio di un’effimera sensazione di esistere.
Questo non è odio per i social. È una dichiarazione di guerra all’ipocrisia che ci si è incollata sopra come un filtro mal calibrato. I social non sono il problema. Lo siamo noi, che abbiamo confuso la vetrina con la vita. Che ci prostituiamo emotivamente per una manciata di attenzione. Che abbiamo trasformato l’espressione in esposizione.


Benvenuto nel bordello dell’ego. Lì dove tutti vogliono essere visti, ma nessuno vuole essere davvero guardato.

Antonio

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